mercoledì 16 settembre 2009

CORNICE ROMEO E GIULIETTA



NEL GIARDINO DEI CAPULETI

(Giulietta appare ad una finestra in alto)



ROMEO: Ride Giustificadelle cicatrici, chi non ha mai provato una ferita.
Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell'astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E' la mia signora; oh! è l'amor mio!
oh! se lo sapesse che è l'amor mio! Ella parla, e pure non proferisce accento: come avviene questo? E' l'occhio suo che parla; ed io risponderò a lui. Ma è troppo ardire il mio, essa non parla con me: due fra le più belle stelle di tutto il cielo, avendo da fare altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sfera, finché esse abbian fatto ritorno.


E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte.


Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss'io un guanto sopra la sua mano, per poter toccare quella guancia!


GIULIETTA: Ohimè!

ROMEO: Essa parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! poiché tu sei così luminosa a questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che nell'alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell'aria.

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.

Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.

ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.

GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?

ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

GIULIETTA: L'orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?

ROMEO: Né l'uno né l'altro, bella fanciulla se l'uno e l'altro a te dispiace.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi sei, questo è un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova qui.

ROMEO: Con le leggere ali d'amore ho superati questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.



William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, Scena II, 1594-1596.

mercoledì 2 settembre 2009

...E POI CERTI COLLEGHI INSINUANO CHE NON SO CUCINARE!

LAVAGNETTA DEL BUON RISVEGLIO


LA DIETA
Doppo che ho rinnegato Pasta e pane,
so' dieci giorni che nun calo, eppure
resisto, soffro e seguito le cure...
me pare un anno e so' du' settimane.
Nemmanco dormo più, le notti sane,
pe' damme er conciabbocca a le torture,
le passo a immaginà le svojature
co' la lingua de fòra come un cane.
Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da 'na tavola e 'na sedia
pensanno che se deve da morì?
Nun è pe' fà er fanatico romano;
però de fronte a 'sto campà d'inedia,
mejo morì co' la forchetta in mano!

Aldo Fabrizi, La dieta, in La pastasciutta : ricette nuove e considerazioni in versi, Milano, 1971.

mercoledì 26 agosto 2009

SBANDIERATORE IN ATTESA

LO AMMETTO...SONO DI PARTE!

Durante una breve visita di Siena, anni fa, mi ritrovai a girovagare per vicoli di straordinaria bellezza e, desiderando un ricordo tipicamente turistico della città, entrai in un negozio per acquistare la bandiera di una delle contrade partecipanti al Palio. Non sapendo quale scegliere, considerata la mia assoluta ignoranza in materia, volli chiedere alla commessa, che si stava affannosamente occupando del mio dilemma, quale fosse la più forte di tutta Siena: un orgoglio impetuoso si dipinse sul suo volto così fiero di essere senese quando mi rispose "L'è La civetta! O come tu fai a non saperlo?!"... E così l'acquisto fu fatto.
Ma la Civetta non vinceva dal lontano 1979!!!
Ogni anno da quel viaggio seguo con passione lo svolgimento del Palio di Siena, sentendomi una piccola sostenitrice di quella contrada che poi ho saputo essere la stessa del mio amato Cecco Angiolieri.
A quella commessa e a questa bandiera rivolgo un modesto omaggio!

























La mia malinconia è tanta e tale,
ch'io non discredo che,
s'egli 'l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me pietade non piangesse.
Quella, per cui m'avven,poco ne cale;
che mi potrebbe,sed ella volesse,
guarir 'n un punto di tutto 'l mie male,
sed ella pur: - io t'odio - mi dicesse.
Ma quest'è la risposta c'ho da lei:
ched ella non mi vol né mal né bene,
e ched i' vad'a far li fatti miei;
ch'ella non si cura s'i' ho gioi' o pene,
men ch'una paglia che le va tra' piei:
mal grado n'abbi Amor, ch'a le' mi diène.

Cecco Angiolieri

sabato 1 agosto 2009

Cornice con papaveri e margherite

Charles Baudelaire, La Musica, tratta da I fiori del male.



Spesso la musica mi porta via come fa il mare.

Sotto una volta di bruma o in un vasto etere

metto vela verso la mia pallida stella.

Petto in avanti e polmoni gonfi come vela

scalo la cresta dei flutti accavallati

che la notte mi nasconde;

sento vibrare in me

tutte le passioni d'un vascello che dolora,

il vento gagliardo, la tempesta

e i suoi moti convulsi

sull'immenso abisso mi cullano.

Altre volte, piatta bonaccia,

grande specchio della mia disperazione!


sabato 18 luglio 2009

Cornice con pagliacci

PICCOLI PAGLIACCI DISPETTOSI



C'era una volta

un povero lupacchiotto,

che portava alla nonna

la cena in un fagotto.

E in mezzo al bosco

dov'è più fosco

incappò nel terribile

Cappuccetto Rosso,

armato di trombone

come il brigante Gasparone...,

Quel che successe poi,

indovinatelo voi.

Qualche volta le favole

succedono all'incontrario

e allora è un disastro:

Biancaneve bastona sulla testa

i nani della foresta,
la Bella Addormentata non si
addormenta,


il Principe sposa

una brutta sorellastra,

la matrigna tutta contenta,

e la povera Cenerentola

resta zitella e fa

la guardia alla pentola.







Gianni Rodari, Le favole al rovescio, 1950.

giovedì 16 luglio 2009

Cornice con fiori


Questa sera la luna sogna più languidamente; come una
bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni,
e sul dorso lucido di molli valanghe morente, si abbandona
a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni
bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.
Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa
terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,
accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima
dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde
nel suo cuore agli sguardi del sole.


Charles Baudelaire, Tristezza della luna, tratta da I Fiori del Male, 1857.

domenica 12 luglio 2009

Angioletto con fiori

LA PRATOLINA


Quando l'ispirazione arriva dal fiore preferito...in attesa del mio compleanno!




Ora stammi a sentire!


In campagna, accanto alla strada, c'era un villino; sicuramente lo hai visto qualche volta! Davanti c'era un piccolo giardino con i fiori e uno steccato verniciato; lì accanto, nel fosso, in mezzo alla più spendida erba verde, cresceva una piccola pratolina; il sole splendeva caldo e bello su di lei come splendeva sui grandi, ricchi e bellissimi fiori del giardino, e perciò la pratolina cresceva di ora in ora.

Un mattino era completamente sbocciata, con i suoi piccoli petali luminosi e bianchi che circondano come raggi il piccolo sole giallo. Non pensava affatto che lì in mezzo all'erba nessuno la vedeva e che era un fiore povero e disprezzato; no, era molto soddisfatta, si volse dritto verso il sole caldo, sollevò lo sguardo e ascoltò l'allodola che cantava.

La piccola margherita era felice come fosse stato un grande giorno di festa, eppure era un lunedì e tutti i bambini erano a scuola; mentre sedevano sui loro banchi e imparavano qualcosa, la margherita stava sul suo piccolo gambo verde e anche lei, dal sole caldo e dallo splendore che c'era intorno, imparava quanto è buono Dio, e le sembrava proprio che l'allodola cantasse chiaramente tutto ciò che lei provava in silenzio; e la pratolina guardò con rispetto il fortunato uccello che poteva cantare e volare, ma non era affatto triste perchè lei non poteva. "Io vedo e sento!" pensava. "Il sole splende su di me e il vento mi bacia! Oh che doni mi sono stati concessi!".




All'interno dello steccato c'erano tanti fiori nobili e impettiti; meno profumavano, più si drizzavano. Le peonie si gonfiavano per essere più grandi di una rosa, ma non è affatto la grandezza che fa la differenza! I tulipani avevano i colori più belli, e lo sapevano bene e rimanevano impettiti perchè lo si potesse vedere meglio. Non facevano proprio caso alla piccola margherita lì fuori, ma tanto più lei li guardava e pensava:"Quanto sono ricchi e splendidi! Si, sicuramente quel magnifico uccello volerà giù a fargli visita! Grazie a Dio io sono qui vicino, così potrò vedere quella meraviglia!". E proprio mentre pensava questo, "ciricip!" arrivò l'allodola in volo, ma non dalle peonoe e dai tulipani, no, giù sull'erba dalla povera pratolina che per la gioia si spaventò tanto che non sapeva più cosa pensare.


L'uccellino le ballò intorno e cantò:"Ma quanto è morbida l'erba! E guarda che dolce fiorellino con l'oro nel cuore e l'argento sul vestito!" il punto giallo in mezzo alla pratolina sembrava proprio oro, e i piccoli petali tutto intorno scintillavano biancoargentei.




Quanto era felice la piccola margherita, no, nessuno può immaginarlo! L'uccello la baciò col suo becco, cantò per lei e poi di nuovo volò via nel cielo azzurro. Passò sicuramente un intero quarto d'ora prima che il fiore tornasse in sè. Un pò pudica, eppure sinceramente soddisfatta, la margherita guardò i fiori nel giardino; avevano visto l'onore e la beatitudine che le erano capitati, loro dovevano comprendere quale gioia fosse; ma i tulipani si drizzavano impettiti come prima e il volto così affilato e rosso, perchè si erano irritati. Le peonie avevano la testa così dura...era un bene che non potessero parlare, altrimenti avrebbero fatto alla pratolina una bella lavata di capo!







(Hans Christian Andersen, La pratolina, tratta da Fiabe e storie).

venerdì 26 giugno 2009

IL TRULLO


C’è una musica in quel treno

che si muove e va lontano

musica di terza classe

in partenza per Milano

c’è una musica che batte

come batte forte il cuore

di chi parte contadino

ed arriverà terrone.


C’è una musica in quel sole

che negli occhi ancora brucia
nell’orgoglio dei braccianti

figli della Magna Grecia

in quel sogno di emigranti

grande come è grande il mare

che si porta i bastimenti

per le Americhe lontane.





Grande sud che sarà

quella anonima canzone

di chi va per il mondo

e si porta il sud nel cuore.


Grande sud che sarà

quella musica del ghetto

di chi va per il mondo

e si porta il suo dialetto.




C’è una musica nei sogni

di chi dorme alle stazioni

negli antichi sentimenti

delle nuove emigrazioni

c’è una musica nel viaggio

dalla terra di nessuno

di chi porta nel futuro

i tamburi del villaggio.




Grande sud che sarà

quella anonima canzone

di chi va per il mondo

e si porta il sud nel cuore.


Grande sud che sarà

quella musica del ghetto

di chi va per il mondo

col suo ritmo maledetto.

E sarà quel racconto

e sarà quella canzone

che ha a che fare coi briganti

e coi santi in processione

che ha a che fare coi perdenti

della civiltà globale

vincitori della gara

a chi è più meridionale.




(Eugenio Bennato, Grande Sud, 2008).

lunedì 22 giugno 2009

CINESINE
Chi quel gong percuoterà apparire la vedrà.
Bianca al pari della giada,
fredda come quella spada… è la bella Turandot!


Calaf
Principessa di morte!
Principessa di gelo!
Dal tuo tragico cielo scendi giù sulla terra!
Ah, solleva quel velo!
Guarda, crudele,
quel purissimo sangue che fu sparso per te!

Turandot
Che mai osi, straniero! Cosa umana non sono!
Son la figlia del Cielo libera e pura. Tu stringi il mio freddo velo ma l'anima è lassù!

Calaf
La tua anima è in alto, ma il tuo corpo è vicino!
Con le mani brucianti stringerò
i lembi d'oro del tuo manto stellato.
La mia bocca fremente premerò su di te…





Turandot
Non profanarmi!

Calaf
Ah, sentirti viva!

Turandot
Indietro!

Calaf
Il gelo tuo è menzogna!

Turandot
No, mai nessun m'avrà!

Calaf
Ti voglio mia!








Turandot
Dell'ava lo strazio non si rinnoverà! Ah, no!


Calaf
Ti voglio mia!




Turandot
Non mi toccar, straniero! È un sacrilegio!

Calaf
No, il bacio tuo mi dà l'eternità!

Turandot
Sacrilegio! Che è mai di me? Perduta!



Calaf
Mio fiore! Oh, mio fiore mattutino!
Mio fiore, ti respiro!
I seni tuoi di giglio,
ah, treman sul mio petto!
Già ti sento mancare di dolcezza,
tutta bianca nel tuo manto d'argento.




Turandot
Come vincesti?

Calaf
Piangi?

Turandot
È l'alba! tramonta!

I ragazzi
L'alba! Luce e vita! Tutto è puro!Gli uominiL'alba! Luce e vita! Principessa, che dolcezza nel tuo pianto!

Calaf
È l'alba! E amore nasce col sole!I ragazziTutto è santo! Che dolcezza nel tuo pianto!

Turandot
Che nessun mi veda, la mia gloria è finita!





Calaf
No! Essa incomincia!

Turandot
Onta su me!
Calaf
Miracolo! La tua gloria risplende nell'incanto del primo bacio, del primo pianto!




Turandot
Del primo pianto. Ah! Del primo pianto! Sì, straniero, quando sei giunto, con angoscia ho sentito il brivido fatale di questo mal supremo. Quanti ho visto morire per me! E li ho spregiati. Ma ho temuto te! C'era negli occhi tuoi la luce degli eroi. C'era negli occhi tuoi la superba certezza.E t'ho odiato per quella! E per quella t'ho amato! Tormentata e divisa fra due terrori uguali: vincerti o esser vinta. E vinta sono! Ah! Vinta, più che dall'alta prova, da questa febbre che mi vien da te!

Calaf
Sei mia! Mia!

Turandot
Questo chiedevi. Ora lo sai. Più grande vittoria non voler! Parti, straniero, col tuo mister!

Calaf
Il mio mistero? Non ne ho più! Sei mia! Tu che tremi se ti sfioro! Tu che sbianchi se ti bacio puoi perdermi se vuoi! Il mio nome e la vita insiem ti dono! Io sono Calaf, figlio di Timur!

Turandot
So il tuo nome! So il tuo nome!

Calaf
La mia gloria è il tuo amplesso!

Turandot
Odi! Squillan le trombe!

Calaf
La mia vita è il tuo bacio!

Turandot
Ecco! È l'ora! È l'ora della prova!


Calaf
Non la temo!

Turandot
Ah! Calaf, davanti al popolo con me!




Calaf
Hai vinto tu!

La folla
Diecimila anni al nostro Imperatore!

Turandot
Padre augusto, conosco il nome dello straniero! Il suo nome è… Amor!

La folla
Amor! O sole! Vita! Eternità! Luce del mondo e amore! Ride e canta nel sole l'infinità nostra felicità! Gloria a te! Gloria a te! Gloria!



G. Puccini, Turandot (finale completato da F.Alfano), libretto di G. Adami e R. Simoni, 1924.
IL DIAVOLETTO

...Ad essere sinceri, quell'individuo, nonostante il suo sogghigno, aveva un tipo di faccia assai cinica e sinistra; mentre sgambettava dritto verso il villaggio, l'aspetto tozzo dei suoi piedi destò non poco sospetto e molti di coloro che lo videro in quel giorno avrebbero dato una piccola somma di denaro, per gettare un'occhiata sotto quel candido fazzoletto di batista che gli pendeva in modo così irritante.



...Ma più di tutto offerse motivo di indignazione il fatto che quel furfante vaneggino, mentre accennava ora un passo di danza ora una piroetta, non sembrava avere la più pallida idea di ciò che significasse tenere il tempo.


Comunque la buona popolazione del borgo ebbe appena la possibilità di sbarrare gli occhi quando, proprio mentre mancava mezzo minuto a mezzogiorno, il furfante balzò diritto in mezzo a loro , come ho detto; diede un chassez qui, un balancez lì e poi, dopo una pirouette e un pass de zephir, si lanciò come un colombo diritto sulla torre del Municipio, dove il custode dell'orologio, sbalordito, stava fumando in un atteggiamento di dignità e di terrore.





Ma il piccolo discolo lo acciuffò improvvisamente per il naso, glielo tirò e glielo scosse, gli sbattè il suo enorme chapeau de bras sulla testa, glielo calcò sugli occhi e sulla bocca e quindi, brandendo il grande strumento, lo picchiò con quello, tanto a lungo e tanto vigorosamente che, vedendo il custode così grasso e il violino così vuoto, si sarebbe giurato che un intero reggimento di grancasse tambureggiasse furiosamente nella cella campanaria di Vondervotteimittis.

Non si sa davvero a quale disperato atto di vendetta quel rivoltante attacco avrebbe potuto spingere gli abitanti, se non fosse mancato un solo mezzo secondo a mezzogiorno: la campana stava per sonare ed era un affare di assoluta ed imprescindibile necessità che ognuno osservasse attentamente il suo orologio; tuttavia era chiaro che proprio in quel momento l'individuo nella torre stava facendo all'orologio qualche cosa che non avrebbe dovuto; ma dato che ormai l'orologio cominciava a suonare, nessuno ebbe il tempo di seguire le sue manovre, perchè tutti dovevano contare i tocchi della campana man mano che sonavano.


- Uno - battè l'orologio.

- Von- echeggiò ogni piccolo vecchio signore in ogni poltrona a braccioli, dal sedile di cuoio a Vondervotteimittiss...

-Due- continuò la grossa campana.

-Doo- ripeterono tutti i ripetitori meccanici.

-Tre Quattro Cinque Sei Sette Otto Nove Dieci- continuò la campana.

-Dree Vour Fibe Sax Sehen Aight Noin Den- risposero gli altri.

-Dodici- sonò la campana

-Dvelf- scandirono i piccoli vecchi signori, riponendo in tasca i loro orologi. Ma la grossa campana non aveva ancora finito.

-Tredici- sonò.

-Der Teufel (Per Diavolo!)- ansimarono i piccoli vecchi signori, divenendo pallidi, lasciando cadere le pipe e togliendo la gamba destra dal ginocchio sinistro.

- Tredici tredici!... Mio Dio sono le Tredici!


Perchè tentare di descrivere la terribile scena che seguì? Tutta Vondervotteimittiss fu gettata improvvisamente in un doloroso scompiglio generale.

-Che succede al mio stomaco?- urlarono tutti i ragazzi.

- E' un'ora che ho fame!-

-Che succede ai miei crauti?- gridarono tutte le donne.

-Saranno divenuti stracotti a quest'ora!-

...Nel frattempo tutti i cavoli divenivano rossi in volto e pareva che il diavolo in persona avesse preso possesso di ogni cosa che avesse l'aspetto di un orologio.
Le pendole scolpite sui mobili presero a danzare, come se fossero stregate, mentre quelle sui caminetti riuscivano a stento a frenare la loro furia e continuavano così, furiosamente, a battere le tredici, mentre i pendoli si agitavano e ballonzolavano, che era uno spavento vederli.
...Ed era chiaro che il miserabile monello sulla torre faceva quanto era in suo potere per rendere la situazione ancora più disastrosa; di tanto in tanto l'occhio di qualcuno poteva coglierlo in mezzo al fumo; sedeva nella cella campanaria.
...Poichè tale era la miserabile condizione, lasciai disgustato il paese e ora faccio appello a tutti coloro che amano l'ora esatta e i buoni crauti: rechiamoci in massa a quel villaggio e restauriamo l'antico ordine delle cose a Vondervotteimittiss, precipitando quel briccone giù dal campanile.


Edgar Allan Poe, Il Diavolo nel campanile, tratto da Racconti fantastici.