sabato 31 ottobre 2009

GUARDATE IL CIELO STASERA...

Una streghetta e il suo immancabile gatto nero potrebbero volare proprio sopra i palazzi delle nostre città al tramonto!


BUONA NOTTE DI
HALLOWEEN!!!

lunedì 26 ottobre 2009

RICORDANDO L'ESTATE


Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?
Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?
Nell'amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.
Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.
Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.
Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l'anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?
(Paul Verlaine, Noi Saremo)

sabato 3 ottobre 2009

VI RICORDATE DI QUESTA PAUROSISSIMA CREATURA?

A sorvegliare la propria candela ora c'è anche un angioletto che, mentre canta col suo spartito in mano, guarda con sospetto il proprio compagno d'avventura...







La campana de la Chiesa


Che sòno a fà? - diceva una Campana -
Da un pò de tempo in quà, c’é tanta gente
che invece d’entrà drento s’allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era già piena;
ma adesso ho voja a fà la canoffiena
pe’ chiamà li cristiani còr patocco!
Se l’omo che me sente nun me crede
che diavolo dirà Domineddio?
Dirà ch’er sòno mio
nun é più bono a risvejà la fede.
- No, la raggione te la spiego io:
- je disse un Angioletto
che stava in pizzo ar tetto
-nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall’anima cristiana
che nun se fida più de la Campana
perché conosce quello che la sòna.

(Trilussa, La campana della Chiesa, da Le Favole, 1908).



mercoledì 16 settembre 2009

CORNICE ROMEO E GIULIETTA



NEL GIARDINO DEI CAPULETI

(Giulietta appare ad una finestra in alto)



ROMEO: Ride Giustificadelle cicatrici, chi non ha mai provato una ferita.
Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell'astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E' la mia signora; oh! è l'amor mio!
oh! se lo sapesse che è l'amor mio! Ella parla, e pure non proferisce accento: come avviene questo? E' l'occhio suo che parla; ed io risponderò a lui. Ma è troppo ardire il mio, essa non parla con me: due fra le più belle stelle di tutto il cielo, avendo da fare altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sfera, finché esse abbian fatto ritorno.


E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte.


Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss'io un guanto sopra la sua mano, per poter toccare quella guancia!


GIULIETTA: Ohimè!

ROMEO: Essa parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! poiché tu sei così luminosa a questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che nell'alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell'aria.

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.

Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.

ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.

GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?

ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

GIULIETTA: L'orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?

ROMEO: Né l'uno né l'altro, bella fanciulla se l'uno e l'altro a te dispiace.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi sei, questo è un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova qui.

ROMEO: Con le leggere ali d'amore ho superati questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.



William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, Scena II, 1594-1596.

mercoledì 2 settembre 2009

...E POI CERTI COLLEGHI INSINUANO CHE NON SO CUCINARE!

LAVAGNETTA DEL BUON RISVEGLIO


LA DIETA
Doppo che ho rinnegato Pasta e pane,
so' dieci giorni che nun calo, eppure
resisto, soffro e seguito le cure...
me pare un anno e so' du' settimane.
Nemmanco dormo più, le notti sane,
pe' damme er conciabbocca a le torture,
le passo a immaginà le svojature
co' la lingua de fòra come un cane.
Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da 'na tavola e 'na sedia
pensanno che se deve da morì?
Nun è pe' fà er fanatico romano;
però de fronte a 'sto campà d'inedia,
mejo morì co' la forchetta in mano!

Aldo Fabrizi, La dieta, in La pastasciutta : ricette nuove e considerazioni in versi, Milano, 1971.

mercoledì 26 agosto 2009

SBANDIERATORE IN ATTESA

LO AMMETTO...SONO DI PARTE!

Durante una breve visita di Siena, anni fa, mi ritrovai a girovagare per vicoli di straordinaria bellezza e, desiderando un ricordo tipicamente turistico della città, entrai in un negozio per acquistare la bandiera di una delle contrade partecipanti al Palio. Non sapendo quale scegliere, considerata la mia assoluta ignoranza in materia, volli chiedere alla commessa, che si stava affannosamente occupando del mio dilemma, quale fosse la più forte di tutta Siena: un orgoglio impetuoso si dipinse sul suo volto così fiero di essere senese quando mi rispose "L'è La civetta! O come tu fai a non saperlo?!"... E così l'acquisto fu fatto.
Ma la Civetta non vinceva dal lontano 1979!!!
Ogni anno da quel viaggio seguo con passione lo svolgimento del Palio di Siena, sentendomi una piccola sostenitrice di quella contrada che poi ho saputo essere la stessa del mio amato Cecco Angiolieri.
A quella commessa e a questa bandiera rivolgo un modesto omaggio!

























La mia malinconia è tanta e tale,
ch'io non discredo che,
s'egli 'l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me pietade non piangesse.
Quella, per cui m'avven,poco ne cale;
che mi potrebbe,sed ella volesse,
guarir 'n un punto di tutto 'l mie male,
sed ella pur: - io t'odio - mi dicesse.
Ma quest'è la risposta c'ho da lei:
ched ella non mi vol né mal né bene,
e ched i' vad'a far li fatti miei;
ch'ella non si cura s'i' ho gioi' o pene,
men ch'una paglia che le va tra' piei:
mal grado n'abbi Amor, ch'a le' mi diène.

Cecco Angiolieri

sabato 1 agosto 2009

Cornice con papaveri e margherite

Charles Baudelaire, La Musica, tratta da I fiori del male.



Spesso la musica mi porta via come fa il mare.

Sotto una volta di bruma o in un vasto etere

metto vela verso la mia pallida stella.

Petto in avanti e polmoni gonfi come vela

scalo la cresta dei flutti accavallati

che la notte mi nasconde;

sento vibrare in me

tutte le passioni d'un vascello che dolora,

il vento gagliardo, la tempesta

e i suoi moti convulsi

sull'immenso abisso mi cullano.

Altre volte, piatta bonaccia,

grande specchio della mia disperazione!


sabato 18 luglio 2009

Cornice con pagliacci

PICCOLI PAGLIACCI DISPETTOSI



C'era una volta

un povero lupacchiotto,

che portava alla nonna

la cena in un fagotto.

E in mezzo al bosco

dov'è più fosco

incappò nel terribile

Cappuccetto Rosso,

armato di trombone

come il brigante Gasparone...,

Quel che successe poi,

indovinatelo voi.

Qualche volta le favole

succedono all'incontrario

e allora è un disastro:

Biancaneve bastona sulla testa

i nani della foresta,
la Bella Addormentata non si
addormenta,


il Principe sposa

una brutta sorellastra,

la matrigna tutta contenta,

e la povera Cenerentola

resta zitella e fa

la guardia alla pentola.







Gianni Rodari, Le favole al rovescio, 1950.

giovedì 16 luglio 2009

Cornice con fiori


Questa sera la luna sogna più languidamente; come una
bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni,
e sul dorso lucido di molli valanghe morente, si abbandona
a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni
bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.
Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa
terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,
accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima
dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde
nel suo cuore agli sguardi del sole.


Charles Baudelaire, Tristezza della luna, tratta da I Fiori del Male, 1857.

domenica 12 luglio 2009

Angioletto con fiori

LA PRATOLINA


Quando l'ispirazione arriva dal fiore preferito...in attesa del mio compleanno!




Ora stammi a sentire!


In campagna, accanto alla strada, c'era un villino; sicuramente lo hai visto qualche volta! Davanti c'era un piccolo giardino con i fiori e uno steccato verniciato; lì accanto, nel fosso, in mezzo alla più spendida erba verde, cresceva una piccola pratolina; il sole splendeva caldo e bello su di lei come splendeva sui grandi, ricchi e bellissimi fiori del giardino, e perciò la pratolina cresceva di ora in ora.

Un mattino era completamente sbocciata, con i suoi piccoli petali luminosi e bianchi che circondano come raggi il piccolo sole giallo. Non pensava affatto che lì in mezzo all'erba nessuno la vedeva e che era un fiore povero e disprezzato; no, era molto soddisfatta, si volse dritto verso il sole caldo, sollevò lo sguardo e ascoltò l'allodola che cantava.

La piccola margherita era felice come fosse stato un grande giorno di festa, eppure era un lunedì e tutti i bambini erano a scuola; mentre sedevano sui loro banchi e imparavano qualcosa, la margherita stava sul suo piccolo gambo verde e anche lei, dal sole caldo e dallo splendore che c'era intorno, imparava quanto è buono Dio, e le sembrava proprio che l'allodola cantasse chiaramente tutto ciò che lei provava in silenzio; e la pratolina guardò con rispetto il fortunato uccello che poteva cantare e volare, ma non era affatto triste perchè lei non poteva. "Io vedo e sento!" pensava. "Il sole splende su di me e il vento mi bacia! Oh che doni mi sono stati concessi!".




All'interno dello steccato c'erano tanti fiori nobili e impettiti; meno profumavano, più si drizzavano. Le peonie si gonfiavano per essere più grandi di una rosa, ma non è affatto la grandezza che fa la differenza! I tulipani avevano i colori più belli, e lo sapevano bene e rimanevano impettiti perchè lo si potesse vedere meglio. Non facevano proprio caso alla piccola margherita lì fuori, ma tanto più lei li guardava e pensava:"Quanto sono ricchi e splendidi! Si, sicuramente quel magnifico uccello volerà giù a fargli visita! Grazie a Dio io sono qui vicino, così potrò vedere quella meraviglia!". E proprio mentre pensava questo, "ciricip!" arrivò l'allodola in volo, ma non dalle peonoe e dai tulipani, no, giù sull'erba dalla povera pratolina che per la gioia si spaventò tanto che non sapeva più cosa pensare.


L'uccellino le ballò intorno e cantò:"Ma quanto è morbida l'erba! E guarda che dolce fiorellino con l'oro nel cuore e l'argento sul vestito!" il punto giallo in mezzo alla pratolina sembrava proprio oro, e i piccoli petali tutto intorno scintillavano biancoargentei.




Quanto era felice la piccola margherita, no, nessuno può immaginarlo! L'uccello la baciò col suo becco, cantò per lei e poi di nuovo volò via nel cielo azzurro. Passò sicuramente un intero quarto d'ora prima che il fiore tornasse in sè. Un pò pudica, eppure sinceramente soddisfatta, la margherita guardò i fiori nel giardino; avevano visto l'onore e la beatitudine che le erano capitati, loro dovevano comprendere quale gioia fosse; ma i tulipani si drizzavano impettiti come prima e il volto così affilato e rosso, perchè si erano irritati. Le peonie avevano la testa così dura...era un bene che non potessero parlare, altrimenti avrebbero fatto alla pratolina una bella lavata di capo!







(Hans Christian Andersen, La pratolina, tratta da Fiabe e storie).